Ai piedi degli Dei .. e non solo !

   Il Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti, a Firenze, stavolta ci fa scoprire un mondo veramente particolare: la mostra è incentrata sulla calzatura, la sua storia e tutto ciò che essa significato per la nostra civiltà occidentale.

Si possono ammirare oltre 80 opere, veri e propri capolavori di calzature in un periodo compreso tra il V sec.  avanti Cristo sino ai giorni nostri. Preziosissime calzature del periodo romano, magari riprodotte in sculture o dipinti,  alcune giunte in prestito da importanti musei internazionali come il Louvre; tutte dimostrano come abili artigiani sapevano interpretare e rendere personali quelli che subito si comprese non essere dei semplici accessori 

Dalla scarpa,  da umile strumento quotidiano,  ci perviene un riflesso di principi di armonia e simmetria  che governano  il gusto classico nel mondo greco e romano.

Le pesanti Caligae romane, indossate nelle lunghe marce dai soldati, differivano certamente dalle seducenti calzature delle cortigiane greche, così come dai raffinati calzari indossati dalla aristocrazia romana. Si possono ammirare inoltre calzature realizzate appositamente per il cinema basti pensare ai colossal Ben Hur, sino al gladiatore, e più vicini a noi i superbi modelli creati dalla fantasia di Emilio Pucci e Salvatore Ferragamo.

 specie nel mondo antico la scarpa era protagonista di favole come quella di Rodopi, una antesignana della nostra Cenerentola, raccontata da Erodoto.

 Ma la Calzatura poteva diventare un vero e proprio status symbol, non a caso Cicerone in una delle sue Filippiche usa l’espressione mutavit calceos per dichiarare il mutamento del rango sociale di futuro Senatore .

Con la sua foggia o i suoi colori questo indumento raccontava tutto della persona che Lo indossava,  il sesso, la condizione economica, la posizione sociale e il lavoro che gli era solito svolgere.

 Platone definiva l’arte del calzolaio una vera e propria scienza !

Sempre nella singolare mostra  dall’esplicito titolo “Ai piedi degli Dei” potranno essere ammirati i sandali di Liz Taylor nel ruolo di Cleopatra, i calzari di Charlton Heston e di Russell Crowe nel ruolo del Gladiatore.

L’evento è curato da Lorenza Camin, Caterina Chiarelli e Fabrizio Paolucci e, non a caso, i curatori hanno voluto allargare il tema di questa mostra a due espressioni della cultura contemporanea intimamente legate tra di loro:  il cinema e la moda . Che hanno ben saputo recuperare suggestioni e testimonianze attraverso celebri film come Cleopatra ed altri del genere, intessendo un intessere  legame tra passato e contemporaneità

Carla Cavicchini

cavicchini.press@gmail.com

Da lunedì 16 dicembre 2019 al 19 aprile 2010

a Palazzo Pitti, Museo della Moda e del Costume

Biglietti e info . www.uffizi.it

 

Più  ARCADIA CHE APOCALISSE 

   L’infinità dei paesaggi italiani di questi ultimi 150 anni si mostrano in tutta la loro magnificenza in delicati e poi prorompenti ‘quadri’ artistici e fotografici, con tanto di video ed installazioni al PALP, Palazzo Pretorio di Pontedera, in occasione della mostra “Arcadia & Apocalypse”, sino al 26 aprile del 2020.

La mostra è una ricerca, dalla metà dell’Ottocento sino ad oggi, sul paesaggio quale un oggetto creativo che ha saputo rinnovarsi e riproporsi da protagonista nella cultura artistica italiana, confermando quanto asserito da alcuni secondo i quali un territorio non diventa paesaggio se non quando viene rappresentato da un artista.

Perché il paesaggio ? – spiega il sindaco della cittadina della Piaggio – perché è legato alle persone, cambiamenti climatici compresi, capaci di destabilizzare l’ambiente anche nel giro di due ore. In questa cittadina associata alla Valdera la cultura è una risorsa che volge anche al sociale, vista sempre più come elemento attrattivo. Inevitabile parlare dei partners pubblici e privati, sempre ben accolti, che caratterizzano maggiormente questo luogo, non sedendosi certamente sugli allori bensì in ottima sintonia per una buona ricaduta, con l’aiuto dei comini vicini. Quanto alle associazioni – proseguiva il primo cittadino – sostengo la loro territorialità atta a sviluppare sempre più progetti ed iniziative per il bene della comunità stessa.”

Significative poi le parole di Daniela Corti la quale affermava che proprio a Roma, nella capitale, difficilmente si vedono mostre del genere, come questa, bellissima, in un equilibrio alternante di pittura, scultura e fotografia, menzionando i 102 artisti con 240 opere che si presentano da arcaico ad odierno, esprimendo l’Apocalisse per il futuro. “E questo in un gioco di alternanza con rottura del Gran Tour rappresentato in tutta la sua amenità con tanto di laghetti e ninfee. Nel 1850 il paesaggio diventa ‘vero’ con i ‘macchiaioli’ e sul fine ‘800 diventa poi domestico, in quanto ci si riappropria della città come Villa Borghese. Segue il Futurismo ricco di atmosfere simboliste come le aerografie in bella mostra, e persino con evasione verso lo spazio cosmico come progetta RAM. Si affaccia pure la violenza tramite “La Fondazione delle città nuove”, come le “Dune di Sabaudia” e la bonifica delle paludi, mentre più tardi Soffici, Carrà, De Chirico, si unificano alla cultura del paesaggio sino a quell”Arcadia senza tempo” con tutte le classi sociali senza arma di riscatto. Interessante osservare Pontedera appena bombardata, nonché tutti gli altri, i messaggi visivi; un fatto di di costume che si staglia attorno a noi in un colorato gioco di cronaca, storia, arte, arrivando sino alla “pop-art” e alle linee concettuali”.

E mentre un altro relatore osservava l’abbandono della tradizione, la visita verso tour pittoreschi, l’arte contemporanea dava spazio alle immagini fotografiche nel mezzo del cambiamento territoriale avvenuto in 5-6 generazioni, l’altro ancora soffermandosi sulla nascita delle stampe-foto, osava sottolinearne l’influenza nei confronti dello spettatore, notando l’uniformità delle varie sezioni artistiche, in un pout-pourrì di rigore formale, tra opere dialoganti.

Perché la foto registra il reale contribuendo alla rottura dell’arte in un paesaggio frammentato, dove appunto i fotografi eseguono le committenze documentando il nuovo panorama.”

In perfetta linea le ultime parole ascoltate al Palp, alludendo a mosaici e dettagli capaci di richiamare l’attenzione attraverso varie chiavi di lettura, sconfinando nel monocromismo, nell’oggettuale, ai piedi della pop art.

Immancabili i progetti fantascientifici con tutte le rappresentazioni utopiche – non troppo… – legate al ’68 e agli anni ’80. Tante stagioni in cui emerge pure la spiritualità, l’idealismo cosmico, qual similitudine della compattezza psichica umana. Il Novecento appare segnato da artisti che constatano l’impossibile riscatto della perduta Arcadia senza tempo nello sgomento, animo dell’immensità della natura violata. Gli eventi bellici vengono visti in forma metaforica ove l’incanto di prima lascia adesso le porte aperte all’angoscia.

Attenti alla trasformazione del nostro Bel Paese, si osserva il decadimento post – romantico ( non più mito…) sino ai mutamenti odierni, con previsione d’incombente Apocalisse. Le installazioni tridimensionali di Pistoletto raccontano questo, anche se un labile soffio di luce appare negli arcaici dialoghi tra arte e paesaggio, mostrando resilienza e buona affabilità verso quel raggio di luce che illumina…non è un sogno, il nostro ambiente. Poiché dalla distruzione nasce la creazione.

Da non disdegnare assolutamente lo scenario delle buone offerte culturali venute dalla Toscana e tutt’Italia classificando Pontedera “Città della cultura”, con occhio attento nei confronti del Palp, capace d’aver dato lavoro a giovani neolaureati in un luogo ove vige la collaborazione di buoni progetti scolastici, con forte presenza studentesca e lodevole opera di volontari.

Questo al Palp, l’ex Palazzo Pretorio di Pontedera. Per una mostra promossa dalla Fondazione per la Cultura in un gioco indagatorio che si snoda dal 1850 sino ai giorni nostri, dove le forme si sono modificate poco a poco, sensibilizzando l’onestà intellettuale e morale sull’imbarbarimento del nostro pianeta.

Il pensiero creativo sul paesaggio analizza la fluidità pittorica ereditata dal genere settecentesco – specchio natura – arte – , che viene contrapposta alla mitologia, che affrancandosi dai luoghi comuni continua tuttavia a vibrare nell’aria, prendendo atto dei mutamenti ambientali con attenta riflessione di ciò che la natura trasforma nei confronti della cultura artistica, italiana e collettiva nel suo intero complesso multiforme.

Al PALP di Pontedera dall’08 dicembre 2019 al 26 aprile 2020 .

Info: www.palp-pontedera.it

Carla Cavicchini

cavicchini.press@gmail.com

 

            I Cieli del Rinascimento

   La Galleria degli Uffizi per la prima volta porta  all’attenzione del vasto pubblico la genesi dei disegni ed ornamenti dei soffitti di importanti edifici e chiese. Esattamente, dei soffitti, che diventano infatti nel tempo un’importante ornamento ove si fondono tutte le arti. La mostra si apre con un rarissimo lacunare ligneo di età romana, recente scoperta fatta ad Ercolano ed esposto per la prima volta al pubblico.

  Non molti sanno che la Galleria degli Uffizi custodisce in maggior numero di disegni di soffitti rinascimentali, raccolta integrata per questa occasione da disegni provenienti dal Louvre, dal Museo Nazionale di Stoccolma, dalla biblioteca di Storia dell’Arte ed Archeologia, dal Museo di Roma, dagli Archivi di Stato di Roma e di Firenze. Sono esposte oltre 30 opere, tra disegni tecnici di ornato di figura, dipinti ed altri manufatti preziosi, che raccontano lo splendore dei soffitti lignei del Rinascimento, periodo questo caratterizzato dai magistrali disegni di artisti prevalentemente toscani, quali  Giovanni da Udine e Zuccari, Sangallo e Dosio .

Magnifico il progetto di Michelangelo per la biblioteca Laurenziana, che evidenzia come la struttura geometrica dei soffitti a lacunari chiuda e completi la scatola prospettica dello spazio. Altrettanto particolare il disegno del Baldassarre Peruzzi  per il rinnovamento di San Domenico a Siena, così come quello del Vasari nel progetto per il Salone dei Cinquecento.

Disegno

I soffitti a lacunari si diffusero in Europa nel XVI secolo attraverso disegni e incisioni, un ruolo chiave venne svolto dalle tavole incise su legno del Quarto Libro di Architettura si Sebastiano Serlio (1537), stante il loro stretto legame con l’architettura .

Il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike Schmidt tiene a sottolineare che l’idea di dedicare una mostra a questo tema, inedito e sofisticato, partì da un evento ben preciso, il crollo del soffitto della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma  – avvenuto il 30  agosto 2018 – . Da quel giorno si è sviluppata una nuova sensibilità per la tutela di simili capolavori, e la mostra degli Uffizi vuole essere un tassello in questa distribuzione del sapere, che diventa utile strumento per la difesa di capolavori dell’arte.

Claudia Conforti, curatrice della mostra – professore ordinario dell’università di Roma Tor Vergata –  tiene a precisare che la mostra oltre che per il valore in sé è anche uno stimolo al visitatore ad alzare gli occhi al cielo quando avrà occasione di visitare monumenti fiorentini e romani. Insieme alla curatrice hanno collaborato alla realizzazione dell’evento Maria Grazia D’Amelio, Francesca Funis, Lorenzo Grieco .

 

La mostra è visitabile dal 10 dicembre 2019 all’ 8 marzo 2020 , nella sala Detti e sala del Camino delle Gallerie degli Uffizi . 

 

Carla Cavicchini

mail: cavicchini.press@gmail.com

 

 

INFO : www.uffizi.it

INEDITO SEICENTO NAPOLETANO

     Due collezioni, Palazzo Pretorio Prato -Fondazione De Vito

   Alto momento culturale a Prato in occasione della mostra : “Dopo Caravaggio – Il Seicento napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito ” – sino 13 aprile 2020 – .  Uno splendido spaccato di pittura napoletana tramite la visione dei dipinti “mai visti” della Fondazione De Vito, insieme alle opere incantevoli del ‘600, che  racconta  l’estremo contatto assolutamente fondamentale di quello ‘scuro – illuminante ‘ di pittura caravaggesca.

 Questo su artisti di formazione partenopea del XVII secolo,  nel delicato percorso capace di volgere verso le due collezioni. Poiché proprio  le tele del Pretorio,  i cui autori sono Jusepe de Ribera, Bernardo Cavallino, Nicola Malinconico, Mattia Preti, Battistello Caracciolo ed altri ancora,  toccando le alte corde della commozione, conversano  con la collezione  in un gioco sequenziale, non solamente cronologico bensì stilistico e tematico tramite il ‘naturalismo ‘ post-caravaggesco’,  espresso in stili e stilemi, arrivando all’espressività barocca.

Affiora la diversità nella visione di cotanta bellezza! – spiega il parterre dei vari  relatori  –  netto invece il significato della splendida visione museale  nella cittadina laniera. E questo con  De Vito che collezionava  e studiava, studiava e collezionava, affrontando di continuo  tematiche nuove visto che … “ l’opera non è tanto importante, bensì lo studio dell’opera da parte  di quell’intellettuale pochissimo interessato all’aspetto economico, nei confronti d’applicazione d’abile  lavoro, avvalendosi di punti fermi.”

Un percorso intrigante assai – proseguiva  un altro relatore – ove il dialogo muove culture e civiltà con questa magnifica collezione del De Vito’, costruita  nel ’60. Notevoli le buone assonanze stilistiche tramite i vari piani di lettura, in virtù del fatto che il Seicento napoletano è vitale nella storia artistica. Ottimo il restauro avvenuto per qualche opera,  e decisamente  buona la fonte di ricerca archivistica.  E’ stato estremamente interessante osservare la provenienza  tramite il  tessuto cittadino,  le collezioni private  ed collezionismo del De Vito, con quel Mattia Preti rimasto nei depositi,  ma con il  successivo restauro presso l’Opificio delle Pietre Dure, in cui  l’aspetto iconografico e storico ne  hanno  segnato il buon valore aggiunto.”

“Non manca l’ambizione  –  osservavano poi  gli altri intervenuti – di far entrare tali capolavori nel circuito dell’arte europea,  anche  in  Francia e  verso   istituzioni varie,  nei confronti di  un  patrimonio d’immenso  valore,  vista anche  l’opportunità delle tele  da  esportare.  Tutto ciò grazie anche a De  Vito, valete studioso della “Natura morta napoletana “,  che  alla sua morte mise  tutto a disposizione dei  curatori d’arte.

D’impatto i due  lavori di Battistello Caracciolo che, in diretto rapporto col Merisi a Napoli, ne  affrontò la personalissima interpretazione.

Quella appunto del potente naturalismo colmo di luce in luoghi napoletani, influenzando contemporanei e successivi  alla obliquità delle mezze figure. E questo in un corollario luminoso ove l’emotività dei protagonisti, regna da padrona. 

Di buon  rigore e pulizia i quadri pronti ad essere ammirati  con quella tela che racconta l’Impurità ed ancora la forte teatralità  che ricorda la flagellazione. Praticamente un emozionarsi di fronte a tanta arte  pura ed antica,  con quel  San Giovannino che ‘penetra’ col suo bellissimo sguardo fanciullino, mentre in San Giovanni Battista del bolognese Reni si nota il grande naturalismo e dolcezza accanto all’agnello sacrificale,  in momenti in cui Roma e Napoli erano capitali! Le figure a mezzo busto sono  intellettuali, filosofi  e poi  ancora quegli anziani dallo sguardo giovane e vivo che raccontano il mondo.

Appare la sofisticata figura di stampo socratico e, notevole, Il Profeta con in mano il cartiglio di lettura. Nel periodo successivo la pittura si addolcisce, grazie anche ad Artemisia Gentileschi che lascia il segno! Accanto ‘ Il Sacrificio della Santa’ con lo sguardo purissimo mente i soldati gli si avvicinano. D’effetto Sant’Agata che segue la luce del dipinto con la mano che affonda nel tessuto lasciando trapelare il seno violato. Graziosa e raffinata S.Lucia  a cui hanno tolto le pupille; sembra una dama con quel tessuto rivelatorio d’eleganza e  fruscio. Immancabile il  Cristo con la Samaritana mentre Mosè racconta il parallelismo tra il Vecchio e Nuovo Testamento.  E, udite, udite, sapete che i pratesi, per fare carriera, andavano nella capitale? Mattia Preti, accanto,  rappresenta la malattia  della peste  mentre tre bambini chiedono la carità,  avvalorando la fonte pauperistica dell’opera. Ed ancora  vari stili, con Caravaggio alle porte,  mentre De Ribera   –  o forse la scuola  – regala dolcissime sfumature di colore.

L’invito per questa storia affascinante capace di offrire elevata influenza delle opere caravaggesche, tramite persone di scuola napoletana che volge al XVII secolo, ben si sposa col comune di Prato in collaborazione con la Fondazione De Vito . “ I miei interessi per la Storia dell’Arte della mia città sono stati fortemente influenzati dalla mia educazione scientifico-tecnologica di ingegnere elettronico,  portandomi a considerare fatti, situazioni e sviluppi tecnici oltre gli aspetti stilistici ed estetici delle opere incontrate ” –  così si esprimeva  Giuseppe De Vito – morto nel 2015 a Firenze  – che   costituisce una rara collezione di dipinti, incentivando studiosi del settore ad essere maggiormente coinvolti in quel ‘secolo d’oro’ di pura arte napoletana.

Senza dimenticare che  proprio il meridione,  ‘zeppo’ di beni artistici, incentivando  tale spessore culturale  rende onore alla terra campana ed ai suoi estimatori.

Come appunto fece  Giuseppe De Vito.

                                                                         Carla Cavicchini

                                                           cavicchini.press@gmail.com

 

 

 

          Albatros Top Boat a bordo del M/Y Conte Max e del M/Y Duca di York

 offre diversi itinerari fra gli atolli Maldiviani che sposino l’interesse e la passione per la biologia marina dei partecipanti, con la loro curiosità per culture e costumi tanto diversi da quelli europei, sempre nel massimo rispetto di ambiente, tradizioni e popolazioni autoctone.

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   Di pari passo ai tragitti volti alla ricerca e osservazione di fauna marina unica e indimenticabile, uniamo destinazioni di assoluto interesse culturale, spesso neglette se non addirittura ignorate dalla gran parte degli operatori.

   Nell’isola di Dhangheti imperdibile la visita alla fabbrica di materiali edili tradizionali (solo previa richiesta). Gli addetti ai lavori mostreranno ai visitatori le tecniche industriali e artigianali  appartenenti all’antica tradizione, senza mancare poi di esibirsi in danze tipiche delle comunità isolane.

   Fra i prodotti artigianali si annovera la manifattura di cordame in cocco, delle stuoie in corda e foglie di pandano, dei tamburi per il bodu beru (musiche e danze indigene), e il fumo della hookah, una specie di narghilè in cui il tabacco è misto a sciroppo di palma da cocco.

   La tappa successiva ci porterà all’isola di Fenfushi, celebre per i  finissimi intagli nel corallo di cui si fregia la propria moschea, la cui costruzione risale al XVII secolo: interamente realizzata in madrepora finemente incisa con intricate simmetrie e disegni floreali, secondo la migliore tradizione islamica. Attorno alla moschea sorge anche un pozzo per le abluzioni, dello stesso periodo, una meridiana intagliata nella madrepora e un cimitero con pietre tombali finemente lavorate.

  Ai lati dell’ingresso della moschea sono raffigurati i disegni riprodotti sulle prime monete maldiviane, mentre l’interno svela numerose decorazioni laccate sul legno.

  Indispensabile, per gli appassionati di antropologia e studi di culture remote, una visita al National Museum della capitale, Malé. Vi si conservano manufatti appartenuti ai vari sultani avvicendatisi nel corso dei secoli: abiti, utensili, armi e troni. Alcuni tessuti sono splendidamente elaborati, in particolar modo i sontuosi broccati, da ammirare inoltre la magistrale tecnica tradizionale della lacca, rappresentata dalle grandi ciotole e dai vassoi utilizzati per offrire doni ai sultani. Sono particolarmente interessanti anche le sculture in pietra del periodo pre-islamico raccolte da Thor Heyerdahl.

  Presso la capitale è possibile visitare poi i mercati di pesce e spezie. Qui si possono ancora osservare gli abili lavoratori del mercato ittico alle prese con la pulizia del pescato, con la maestria dei metodi tradizionali, da osservare e filmare in assoluta estasi. La pesca, una delle prime risorse della popolazione locale, è ancora gestita in maniera sostenibile, e le stesse barche da crociera riescono a sostentarsi pescando, assicurandosi che per ogni lenza ci sia un amo solo, in modo da tenere le catture in equilibrio costante, evitando l’overfishing. Noi di Albatros Top Boat siamo particolarmente sensibili all’argomento, e mai consentiamo che si attuino sulle nostre barche i sistemi di pesca diversi da traina o bolentino, o comunque nulla di più intrusivo di una singola lenza. In osservanza dell’ambiente, a bordo abbiamo anche una selezione di prodotti del tutto naturali per la pulizia delle barche e personale di staff e ospiti. Ci procuriamo saponi sostenibili dall’India,  saponi di cui dotiamo cabine e ambienti delle nostre imbarcazioni affinché il nostro impatto sul mare sia quanto più neutro possibile. Tutto quando in dotazione dai detergenti agli oli per massaggi è strettamente passato al vaglio delle commissioni di eco-sostenibilità. Questo comportamento severamente responsabile viene poi replicato anche durante le immersioni. Nessun membro del nostro staff consente atteggiamenti aggressivi o intrusivi o lesivi della vita marina agli ospiti, per nessuna ragione. Briefing su comportamenti e interazioni con pesci e mammiferi marini sono costantemente erogati ai clienti perché possano godere di un’esperienza quanto più naturale, sicura e emozionante possibile.

   La salvaguardia del pianeta Maldive parte in primis da noi fornitori di servizi, e in Albatros Top Boat siamo ben coscienti che educare è più facile, e, alla lunga, remunerativo, che proibire o -peggio che mai soprassedere.

Per scoprire tutti gli itinerari:
ALBATROS TOP BOAT Tour Operatorwww.albatrostopboat.com
info@albatrostopboat.com Tel.0323 505220

 

       L’IMMORTALE PINOCCHIO

             … Non è bugia!

   Ci sono opere eterne come la favola di Pinocchio che non smette mai di stupirci ed incantarci, apprendiamo di continuo gli alti valori morali della favola collodiana come del resto spiega la scrittrice Dacia Maraini incitando alla continua lettura bambini ed adulti.

E poi c’è la ‘fabula’…fabule così fantastiche nella mente del costumista Massimo Cantini Parrini pronte ad animarsi nei loro maestosi e scenografici abiti, atte a vestire storie irreali e reali, per la gioia del suo realizzatore e di chi si appresta ad ammirarne l’operato.

PINOCCHIO, film di Matteo Garrone, uscito da pochissimo nelle sale cinematografiche coi costumi appunto di Massimo Cantini Parrini esposti al Museo del Tessuto di Prato sino al 22 marzo 2020, parla da solo grazie agli spezzoni delle suggestive immagini proiettate negli ampi spazi museali, con corollario degli abiti da scena che…improvvisamente, si animano tutti scivolando dai manichini, sì d’essere indossati dai visitatori in un gioco dissacratorio ove tutti siamo “Fate Turchine”, “Geppetti”, “Lucignoli”, “Gatte e Volpi” e…dulcis in fundo..simpatici “Pinocchietti” dal lungo ed ancor più lungo nasone di legno!

Non stilista per favore, bensì costumista .. racconta il bel giovane autore dal cervello – computer – solo cervello per correttezza – sguardo ceruleo e stilizzato capello cortissimo proseguendo con:

Devo tutto a mia nonna, una sorta di ‘maga’, dai suoi materiali tridimensionali uscivano meraviglie delle meraviglie mentre io. piccoletto, assorbivo tutto. Rammento la grande affettività che ci legava sino poi ..io bambino a spiccare il volo, crescere e produrre, comprare ai vecchi mercatini, ovunque … e lavorarci sopra oppure appenderli già acquistati, facendoli divenire “ amatissimi gioielli”, orgoglioso degli oltre 4000 pezzi conservati religiosamente, in cui spicca quel meraviglioso corsetto del ‘600 acquistato per caso, sino al mondo odierno.

Grato pertanto alla “Sartoria Tirelli” nel comune percorso alla ricerca della verità ben documentata, ove il manichino è tutto ed il dettaglio esalta la differenza. Gli abiti di carta? Belli, senza dubbio, però ingestibili, quanto al costume più affezionato…eh, ci devo pensare, forse la lumaca. Le scuole del settore sono importanti tuttavia è la passione, l’intuito, la sperimentazione che muove tutto con tanta, tanta, voglia di mettersi in gioco.”

Termina poi Massimo Cantini Parrini affermando…”Pinocchio? La grande favola filosofica antica che attrae ed intimorisce per l’alta levatura morale che trasuda dalle pagine dello stupendo libro.”

Vari i relatori che si alternavano alla presentazione dell’evento affermando che il catalogo sul tema uscirà il prossimo mese di gennaio per Silvana Editoriale.

Doveroso osservarne l’alto momento clou, dove il cinema ben si fonde col Museo del Tessuto pratese volgendo al distretto tessile più importante d’Europa. Interessanti le parole della storica del costume Cristina Giorgetti che notava la funzione didattica del museo, sottolineando l’opera di Cantini Parrini rivelandone l’alta professionalità apprezzata anche da vip famosi del mondo cinematografico, già assistente per “La fabbrica del cioccolato” ed altri film ancora, sino all’arrivo dei premi Oscar. “L’industria da sempre si è ispirata a grandi film e viceversa e proprio il tessuto, cosa viva ed altamente versatile, deve essere vissuto, manipolato, sprigionandone l’alta creatività.”

Un costumista di valore ha tanto da insegnare – proseguiva poi un’altra relatrice – marcando la professionalità e l’entusiasmo di Massimo Cantini Parrini nel lavorare fianco a fianco, alla sartoria Tirelli, alla costumista Gabriella Pescucci, l’indiscutibile maestro Piero Tosi ed altri ancora.

Questo, in un percorso di “abiti toccati dal tempo” dove la buona moda insegna che l’abito non è frivolezza, bensì un fattore di costume degno di una grande storia .

Carla Cavicchini

mail: cavicchini.press@gmail.com